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LE NOTE ROSA: Giulia Villari PDF Stampa E-mail
  
Giulia Villari

Quattro chiacchiere con Giulia Villari che, concerto dopo concerto, sta diventando uno dei nomi di riferimento della scena indie rock capitolina.

Normalmente è sconsigliato da tutti i discografici cantare in inglese. Come mai tu hai preferito questa lingua?
GIULIA VILLARI - In realtà non l’ho preferita, mi è venuto naturale usarla fin dal primo momento in cui ho cominciato a scrivere. Potrebbero essere tante le ragioni: già da piccolissima  ascoltavo e cantavo musica in inglese, per cinque anni ho vissuto tra Roma e Londra a causa del lavoro di mio padre, l’inglese è certamente una lingua più musicale dell’italiano. Non tutti i discografici, come tu dici, sconsigliano oggi di scrivere in inglese. C’è una parte della discografia italiana che, cavalcando anche l’onda di un cambiamento profondo del mondo della musica e del suo pubblico, ha voglia e mezzi per investire su questo tipo di progetti. E’ vero però che ce ne sono alcuni che non praticano questa via o che addirittura la scoraggiano. Ma il genere di musica che sto scegliendo di fare per ora, ho notato che non è in linea con la maggior parte di questa discografia. Dunque non mi pongo il problema. Non mi precludo comunque in un prossimo futuro di cominciare ad usare l’italiano. E’ una lingua che amo molto e che conosco: sto per laurearmi proprio in letteratura Italiana!

Quali novità imminenti ci sono per la tua musica?
GIULIA VILLARI - Il prossimo inverno uscirà il mio mini album: un mix di canzoni prodotte in parte da Rob Ellis (già produttore e batterista di PJ Harvey, Marianne Faithfull, Paul Weller e molti altri) e in parte insieme a Riccardo Corso, il chitarrista con cui suono ormai da quasi due anni.

Credi che la tua femminilità influisca nella scrittura dei pezzi?
GIULIA VILLARI - Influisce molto. Posso dire però che ci sono alcuni uomini a cui mi sento vicina come modo di intendere la scrittura, Paolo Benvegnù o Jeff Tweedy dei Wilco ad esempio.
Di fatto uomo o donna che sia, a me piace sentire che chi scrive, lo fa col corpo e non con la testa. Forse noi donne siamo più avvantaggiate in questo mentre gli uomini  possono fare più difficoltà a lasciarsi andare. Di qui in poi, è fuori di dubbio che ci sia una forte differenza tra i due generi: che probabilmente si sente, più che si pensa o si spiega.

Quale grande artista donna merita la tua stima?
GIULIA VILLARI - Ne cito due: Ella Fitzgerald, la più grande interprete di sempre, e Ani DiFranco, che mi ha cambiato la vita.

Cosa ti spinge a salire su di un palcoscenico?
GIULIA VILLARI - Mi è sempre piaciuto il palcoscenico. La prima volta che ci sono salita ho sentito che era come se fossi a casa e ci ho subito preso gusto.
Sono felice di avere la possibilità di raccontare le mie storie alle persone e spero di riuscire a fare arrivare agli altri qualcosa di mio. Con l’andare del tempo proprio questo aspetto mi sembra sia cambiato: sento sempre di più la necessità che ciò che propongo agli altri di me, risulti sempre come una bella sensazione. Lo cerco nel modo in cui sto sul palco e nei contenuti che scrivo nelle canzoni.

Che rapporto hai con i tuoi colleghi emergenti?
GIULIA VILLARI - Per fortuna, nonostante la crisi della discografia e della cultura, c’è un grande fermento nel mondo della musica di oggi. Molti ragazzi scrivono, suonano e fanno concerti.
Ho tanti amici cantautori che stimo e con cui condivido serate: per me è fondamentale il confronto con gli altri. Devo notare forse solo una pecca: le colleghe sono sempre ancora troppo poche rispetto ai colleghi!

Il rock è uno stile di vita. Quando l’hai scoperto la prima volta?
GIULIA VILLARI - Ho un modo tutto mio di essere rock. Io uso questo linguaggio nella musica perchè mi corrisponde. Ricordo che il mio produttore Rob, quando stavo registrando le chitarre di un mio pezzo particolarmente “spinto”, mi venne vicino e mi fece una foto. Mi spiegò poi che voleva immortalare una tipa come me che suonava una Telecaster vintage anni ‘70 a tutto volume. Per come la vedo io, rock non è fare tardi la sera. Rivoluzionario è il modo in cui siamo dentro.

Secondo te perché l’ambiente musicale è così maschilista?
GIULIA VILLARI - Infatti è sorprendente che proprio il mondo della musica, quindi quello dell’arte e della sensibilità per eccellenza, non lascia ancora abbastanza spazio per le donne. Come in tutti i campi, fatichiamo a farci prendere sul serio e arriviamo a risultati comunque inferiori rispetto a quelli che, a pari merito, ha un uomo. Paghiamo le conseguenze di una cultura che per millenni ha considerato inferiori le nostre più grandi qualità. Ma forse è proprio da qui che dovremmo ripartire, ognuna nel suo piccolo: ritrovando il valore del nostro specifico modo di essere e non permettendo più che venga sminuito.

Contatti:
http://www.giuliavillari.com/

(Ebu)






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