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Dissonanze

 
Ennesimo treno. E poi metro. Tutto di corsa: tocca arrivare prima di mezzanotte. Che faticaccia. Doveroso: dopo quell’ora pare che per ritirare gli accrediti di Dissonanze ci vorrà domani sera. Lo spauracchio fa effetto. La fila è più lunga di quella per il botteghino; piccole trasposizioni di un’Italia fatta così. Dentro c’è il panico. Pubblico trans-generazionale, ragazzetti smascellanti, belle signorine, fashion victim e un sacco di addetti ai lavori. La rassegna, giunta alla decima edizione, è la celebrazione del clubbing e delle sue radici. Appuntamento imprescindibile. Il venerdì niente terrazza. Tutti dentro. Tutti euforici e anche un po’ stanchi per via della settimana lavorativa appena conclusa. Mollato il pc adesso è tempo di balli e balletti. Lo sanno bene i giovinastri, quelli tremendi, convinti di essere d’avanti la stazione centrale di Amsterdam, pronti ad abbordare la qualunque proponendo affari sommersi e clamorosi. Rifiuto l’offerta e vado avanti. Che cosa prevede il menù del giorno?

Plastikman è il primo della casa. Non è in perfetta forma, ha perso lo smalto dei giorni migliori, vale a dire che è solo una spanna sopra la media, senza surclassare gli altri di galattiche lunghezze. Il meglio avviene in altre stanze. Foyer è una parola elegante. Peccato che in sostanza lo spazio sia un ingresso posteriore con vista sugli agenti spiegati sul retro. Foyer però è anche la parolina magica che apre un passaggio segreto verso la contemporaneità. Un nome? Neon Indian. Che vuole dire? La migliore performance dell’intero festival, lo spartiacque per la dimensione drugapulco, glo-fi e nuovi sapori provenienti dagli Usa. Da San Diego a Roma in un delay. Eco è l’imperativo. Canzone il minimo comune denominatore. La frase thank God it’s fridey diventa constatazione che non c’è niente di più dissonante in giro al giorno d’oggi. Intanto i figli di Tony Manero e Lady Keta ballano di là. La casa dov’è? direbbe un bravo ragazzo che non va mai a letto prima delle 6. Ciao, ci vediamo domani. Sabato si arriva presto. E chi si vuole perdere sto cartellone? In terrazza si inizia dubstep, poi arriva Gonjasufi, ovvero la delusione. Gill Scott Heron è meglio voce e rhodes che con la band. Jeff Mills tramuta tutto in moto perpetuo. Jamie Lidell è bianco ma ha un soul da far spavento. The Phenomenal Handclap Band fanno sentire addirittura la nostalgia degli Abba. Marco Passarani attende tutti nel foyer con il gusto sopraffino che gli compete. Che bello vedere l’Italia sotto questa luce differente. Dissonante, certo, ma qui per fortuna danno voce ad altre masse…  

Recensioni live:
Dissonanze al Palazzo dei congressi a Roma, il 21 e il 22 maggio

(Stefano Cuzzocrea)


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